Trota marmorata: spinning con i grossi rotanti

Lo spinning è una tecnica che più di altre si è evoluta negli ultimi decenni. Tuttavia, la ricerca dei predatori delle acque correnti, ed in particolare quello alla trota nei fiumi alpini di fondovalle, è forse quella che, più di altre, permette di poter apprezzare di fascino dei classici. Ce ne parla un veterano che ha fatto la storia della pesca alla trota marmorata.

 

SP_Federico_Ielli_18Ecologia e pesca: questione di momenti

La marmorata è una trota molto particolare: si comporta come un predatore apicale, più vicina al luccio che non alle altre trote. Quando raggiunge certe taglie corporee diventa totalmente ittiofaga e l’attività di caccia si riduce a brevi finestre temporali nell’arco della giornata, spesso limitate all’alba e al tramonto, soprattutto durante i mesi estivi; in altre circostanze l’attività è più costante e viene favorita dalle variazioni atmosferiche e pressorie o dalle variazioni dei livelli/grado di torbidità dell’acqua. Sfruttando queste finestre di attività e mettendo a frutto l’esperienza e la conoscenza dei luoghi/tempi di caccia del salmonide, le possibilità di cattura aumentano parecchio, tant’è che la scelta dell’esca, che deve comunque essere ben presentata e manovrata, passa in secondo piano. Essere al posto giusto nel momento giusto è pertanto di fondamentale importanza. Ecco perché le genti del posto hanno probabilità assai maggiori di fare lo strike col pesce dei sogni, potendo scendere al fiume nei momenti più propizi, anche solo per poche ore, piuttosto che sfiancarsi in lunghe trasferte, più consone nell’approccio al torrente che non al grande corso d’acqua alpino.

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Il “cappotto” è sempre dietro l’angolo…

E’ chiaro che, proprio a causa del particolare comportamento di questo salmonide, non sempre si uscirà vincenti. Inoltre non è affatto detto che si avrà partita vinta dopo lo strike. La marmorata non è una trota particolarmente combattiva ed emozionante nella difesa. Un pesce di 40/50 cm è ancora giovane e non può venire paragonato ad una fario di pari dimensioni. Tuttavia ha l’attitudine di sfruttare a suo vantaggio la forza della corrente, avvitandosi a galla, quindi opponendo una maggiore trazione, col risultato di slamarsi con facilità. Comunque non tutti gli esemplari si comportano nella stessa maniera: in alcuni casi può accadere che saltino fuori dall’acqua, proprio come una fario o un’iridea; ciò è tanto più spettacolare quanto più sono rilevanti le dimensioni.

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Marmorate e rotanti

La trota marmorata è un predatore, quindi le imitazioni di pesce (minnow) sono inevitabilmente da preferire, in particolare nei momenti di caccia degli esemplari più grandi. Tuttavia anche i grossi rotanti, le più classiche tra le esche da spinning, risultano ancora oggi molto validi ed efficaci, non solo per gli esemplari di taglia medio-bassa. Chiariamo subito che per un pesce che è in grado di raggiungere i 20 Kg, per taglia medio-bassa ci si riferisce a soggetti di 1-2 Kg di peso corporeo, ancora relativamente giovani. La nostra esperienza ci ha portato a sfruttare al meglio i grossi rotanti, non solo nel periodo più caldo dell’anno e con le acque abbondanti del disgelo, ma anche ad inizio stagione, con acque fredde, variando solo i recuperi e gli spot. Il tempo ci ha permesso di affinare questa tecnica, che spesso risulta risolutiva con le regine del fiume. Chiaramente quando le acque del grande fiume alpino sono alte e lattescenti l’approccio è facilitato dal fatto che le grandi marmorate vanno in caccia anche in pieno giorno, perdendo la loro naturale riottosità.

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Rotanti con il freddo…

Ad inizio stagione (febbraio-marzo) risultano più efficaci i recuperi diagonali lenti/lentissimi su fondali con corrente lineare, sfruttando le vibrazioni a bassa frequenza emesse dalle grandi palette (willow o ovali), inserite sull’asse direttamente, come nell’intramontabile Martin 15 g, o tramite cavaliere (Mepps Aglia e Aglia Long nn 4-5; Mosca e Ilba nn.4-5-6 ecc.) e il loro potere visivo, dato che la marmorata ci vede assai bene. Devono lavorare nei traversoni e poi leggermente contro corrente, senza forzature. Per far sì che raggiungano e tengano costantemente il fondo è possibile anche zavorrarli, aggiungendo sopra al moschettone un piccolo piombo a goccia di alcuni grammi, fermato da uno stopper. L’importante è farli girare lentamente, sfruttando un recupero regolare e cadenzato della paletta. Tale movimento viene amplificato dalla posizione della canna, che va tenuta con la punta piuttosto alta, per favorire la costante tensione del monofilo. Vibrazioni a bassa frequenza, questo il segreto.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA…E quando le temperature salgono

In stagione avanzata si tratta di variare le velocità dei recuperi e gli spot, che potranno essere anche i classici piedi-salti d’acqua (zone elettive di caccia) a valle dei raschi o i rigiri dietro ai grossi massi, se presenti. In tal caso si potranno attuare anche recuperi a favore di corrente, impiegando artificiali con maggiore propensione a ruotare immediatamente (Super Vibrax nn.3-4-5). Gli artificiali si possono collegare alla treccia, senza alcun terminale, mediante un moschettone robusto, che permetta un’agevole sostituzione dell’artificiale, oppure con un interposto spezzone di fluorocabon dello 0,35-40 che, oltre all’invisibilità in acqua, sopperisce al difetto naturale della treccia, ovvero la sua scarsa resistenza all’abrasione sulle rocce. A proposito di treccia, la consigliamo per le sue intrinseche doti di tenuta e per le decisamente superiori potenzialità di lancio. Personalmente mi trovo bene con la treccia Dyna Tex Spin X4 di Rapture 22 Lb (0,16), venduta in bobine da da 110 YDS (100 m), per il favorevolissimo rapporto prezzo/prestazioni. Più che sufficienti anche con esemplari di 5-6 Kg in piena corrente, ancora presenti nei corsi d’acqua del Trentino Alto Adige, in particolare nell’Adige e nell’Isarco, più rari nel Noce, nel Sarca e nell’Avisio. La canna deve essere appropriata: una 8-9”, con casting di lancio reale di 10-50 g, fast e progressiva nell’azione di flessione, e mulinello robusto, taglia 3000 o 4000, di ultima generazione.

Si cammina tanto, sul fiume, e si perdono artificiali sul fondo, ma chi non risica non rosica; però quando si incoccia l’esemplare di taglia è una soddisfazione immensa, gratificante, sia per l’impegno devoluto nella ricerca che nell’ammirare la livrea del nostro splendido avversario, prima di ridargli la libertà. Se poi è un grosso ibrido che attacca il nostro artificiale o un corpulento barbo -capita più spesso di quanto si possa immaginare- non lamentiamoci troppo, si tratta sempre di varianti apprezzabili ed emozionanti. Guadino sì o no? La scelta è molto personale. Certo che se si mira al pezzo da “novanta” bisognerebbe portarsi appresso un guadino da lucci, un tantino ingombrante. In alternativa c’è la possibilità di spiaggiare la big, ma non sempre la riva lo consente, per cui una via di mezzo, con rete gommata, è forse la scelta più consona, anche per evitare traumi al pesce.
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Federico Ielli

Sono un ittiologo di lunga data. Mi sono laureato tanti anni fa con una Tesi di Laurea in Scienze Biologiche sulla trota marmorata e poi ho seguito la gestione delle sue popolazioni, sia a livello pratico che teorico, essendo autore di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative sull’argomento e di articoli di pesca pubblicati in numerose testate di settore. Ricordo con piacere la rivista "Spinning" di Ed. A.I., probabilmente la prima, e mai dimenticata, rivista specifica del settore, nella quale condividevo gli spazi con Renzo della Valle, Luciano Cerchi e Roberto Cazzola. Ricordo anche il mio volumetto “La trota marmorata, biologia della specie e pesca con le esche artificiali nelle acque italiane”: penso sia ancora rintracciabile. Dalla teoria alla pratica, ho fatto della pesca a questo stupendo salmonide la mia scelta alieutica di vita, imparando a conoscerla nelle abitudini e nei minimi dettagli, con risultati spesso sorprendenti in quanto a catture.